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I nostri studenti ricordano Bachelet in Tribunale

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di Adele Cavagnoli 5abio

Nel quarantesimo anniversario della morte di Bachelet ricordiamo con cordoglio la sua figura. Il 12 febbraio 1980 Vittorio Bachelet, sulle scale di un corridoio dell'università Sapienza di Roma, dopo aver fatto lezione ai suoi cari alunni, viene ucciso.

Gli assassini sono Annalaura Braghetti e Bruno Seghetti, appartenenti alle Brigate Rosse. Lo fecero perché Bachelet era portatore di buoni propositi, voleva formare buoni cittadini che andassero a servire il nostro Paese.

Vittorio era consapevole di essere sotto il mirino dei terroristi ma proprio per questo rifiutava la scorta: "si dà la propria vita senza mettere a rischio quella degli altri".

Il discorso del figlio Giovanni, di soli 24 anni, durante il funerale fece riflettere le stesse Brigate: "vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”. Così il figlio porta avanti la scelta del perdono proposta dal padre; anche al giorno d'oggi dobbiamo riflettere su queste semplici ma profonde parole. Si cerca sempre quella che chiamiamo giustizia e la si vuole il più presto possibile per vendetta. Ricordiamoci, però, che la Costituzione nell'articolo 27 cita:

L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte.

Parole chiare e semplici, ma dal significato intenso.

L'omicidio di Vittorio Bachelet, dice la sua assistente Rosy Bindi, "ha interrotto una fase di cambiamento" che è tutt'ora in pausa.

Bachelet ci ha insegnato ad essere portatori di ideali fondamentali quindi è un dovere di ogni cittadino ricordare la sua figura. Vorrei aiutare tutti voi a ricordarlo con una sua citazione: "Sono inguaribilmente ottimista e credo che, nonostante tutte le difficoltà, ci sia la possibilità di un futuro migliore per la vita del nostro Paese e per la vita delle nostre Istituzioni".

Adele Cavagnoli

 

 

Oggi 12 febbraio 2012 il Tribunale di Cremona in collaborazione con il Consiglio Superiore della Magistratura e con il Miur ha organizzato un incontro con alcune classi dell’IIS Torriani, con i rappresentanti di Istituto e della Consulta per ricordare Vittorio Bachelet.

La dottoressa Anna Di Martino, presidente del Tribunale, ha introdotto la commemorazione, un video tratto dagli archivi Rai ha ricordato la figura di Bachelet; successivamente gli studenti del Torriani sono stati accompagnati nelle aule del Tribunale dove hanno potuto avere un’esperienza di contatto con le Autorità preposte all’affermazioen della legalità.

 

Per approfondire:

Vittorio Bachelet era nato il 20 febbraio del 1926 a Roma, ultimo di nove figli. A cinque anni lo iscrissero all’Azione Cattolica presso un circolo parrocchiale di Bologna, dove la famiglia viveva. Nel 1938 tornò a Roma, frequentò giurisprudenza ed entrò nella Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI). A questi anni risale la sua amicizia con Aldo Moro. Mentre proseguiva la sua carriera accademica, venne nominato da Papa Giovanni XXIII vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica e poi, da Paolo VI, presidente con la precisa missione di rinnovare l’organizzazione secondi i principi del Concilio Vaticano II. In questi anni si impegnò anche contro l’aborto, per «l’indissolubilità della famiglia» e contro il divorzio.

Iscritto al Democrazia Cristiana, nel 1976 venne eletto al consiglio comunale di Roma, incarico che lasciò poco dopo perché venne nominato vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, del quale entrò a far parte come membro “laico”, cioè eletto dal Parlamento in seduta comune con una larga maggioranza. Nel 1977 divenne ordinario di Diritto amministrativo alla Sapienza di Roma. Quando nel 1978 rapirono e poi uccisero Moro, il nome di Bachelet venne ritrovato nelle carte dei brigatisti, come quello di molti altri indicati come possibili obiettivi. Lui rifiutò la scorta e nel maggio del 1980 venne ucciso.

Dopo la morte di Bachelet, Sandro Pertini, capo della Stato e dunque presidente del CSM, disse subito che con quell’omicidio la lotta armata in Italia aveva toccato il suo punto più alto di aggressione allo Stato: «Questo di oggi è il più grave delitto che sia stato consumato in Italia perché il delitto Moro aveva un carattere politico, mentre quello di oggi è diretto contro le istituzioni; perché si è voluto colpire il vertice della magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia».

foto di Gianluca Cavagnini

 

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