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Io sono il Covid-19 di Andrea Boselli 1alsa

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Gli umani mi chiamano così, “Corona virus”: se da un lato mi lusinga il fatto di venire immaginato con una corona in testa, poiché effettivamente di questi tempi sono il re di tutte le malattie, mi infastidisce il fatto di essere considerato volgarmente un semplice virus, un veleno, un fastidioso esserino che esiste solo per creare scompiglio. Oh si sbagliano, eccome se si sbagliano! Anche se ormai sto per esaurire tutte le mie risorse, non posso che considerarmi soddisfatto per il lavoro svolto e il servizio reso. Ho deciso quindi di raccontare la mia storia, affinché altri dopo di me possano tentare di ripercorrere i miei passi ed emulare le mie imprese. Dunque, da dove cominciare…? Ah sì.

 

 

Da dove vengo, in realtà, non lo so nemmeno io. Per chissà quanto tempo sono rimasto fermo, addormentato, quasi inconsapevole di ciò che mi accadeva intorno. Poi quasi all’improvviso il mio minuscolo organismo si è risvegliato, ho ripreso il controllo del mio corpo (se si può considerare tale) e, guardandomi intorno, vidi un sacco di altre creature, alcune poco più grandi di me, altre che sembravano dei giganti, tanto erano immense. Sapevo perfettamente che da solo non sarei sopravvissuto più di tanto, che avevo bisogno di una casa in cui stare; quindi, per andare sul sicuro, decisi che avrei abitato proprio uno di quei giganti, certo che non si sarebbero minimamente accorti della mia presenza.  Per una decina di giorni vissi tranquillamente, al caldo e con la pancia piena, senza alcuna reazione; poi, senza quasi rendermene conto, centinaia di altri esserini uguali identici a me iniziarono a uscire a fiotti da quella che probabilmente era stata una cellula del mio ospite. Scoprii così che ero in grado di riprodurmi, e anche piuttosto velocemente. “Ragazzi, qui non c’è posto per tutti noi, andate a cercarvi qualcun altro. Se volete un consiglio, scegliete questi qua, credo si chiamino umani, sono piuttosto accoglienti e troppo stupidi per capire cosa succede dentro di loro.”. E così, in pochissime settimane la mia ricchissima prole si era insediata in mezzo mondo. Presto scoprii una caratteristica molto particolare del mio organismo: la mia vita dipendeva dalle risorse del mio ospite: me ne servivo, sfruttando a sua insaputa tutto ciò che potevo e poi, quando ormai non era più utile, me ne andavo, lasciando come ricordo un’altra cucciolata in una cellula; una specie di bomba a orologeria, che esplodendo innescava una reazione a catena in grado di far collassare quello che era stato il mio ospite. Uno spettacolo piuttosto affascinante. 

Passando da ospite a ospite mi ritrovai in un altro paese, un posto meraviglioso, completamente diverso da dove ero prima: da quello che ho capito, si chiamava “Italia”.    A quel tempo tutto il mondo sapeva della mia esistenza e che ero un potenziale pericolo per l’umanità, anche se non ne capivano il motivo; qui invece no, sembrava che non ne sapessero nulla, e chi sapeva non se ne preoccupava. “Cosa vuoi che sia, è solo un’influenza” li sentivo dire. Solo un’influenza? Vi faccio vedere io. In passato non avevo avuto cattive intenzioni, se facevo del male a qualcuno non era mia intenzione, semplicemente era un effetto collaterale della mia esistenza. Ma essere considerato una semplice influenza, questo non lo potevo tollerare. Come una fabbrica a pieno regime iniziai riprodurmi a ritmo esponenziale, seminando il panico, il terrore tra la gente. Questo è stato davvero l’apice della mia carriera: nonostante scienziati e medici mi stessero dando del filo da torcere, con tutti quei loro appelli a indossare mascherine, non uscire di casa eccetera, e con la consapevolezza che prima o poi qualcuno avrebbe trovato una cura, che non sarei vissuto in eterno, l’ignoranza di questa gente ha spianato la strada alla mia diffusione. Un popolo rozzo, che, noncurante del pericolo che portavo con me, continuavano con le cene nei ristoranti, ad uscire in gruppo, a fregarsene dei consigli degli esperti; “Cosa vuoi che succeda, figurati se mi ammalo proprio io”.  Vi faccio vedere io. Credetemi, per me è stato assai doloroso dover rovinare un posto così bello, ma di fronte a una simile provocazione non potevo restarmene a guardare. 

C’è una cosa che gli scienziati non conoscono: l’organismo da cui è partito tutto, che ha dato origine ad altri organismi, che ha fatto partire il processo di diffusione del virus, ha una vita decisamente più lunga rispetto al resto della colonia, ho delle caratteristiche e delle capacità che mi rendono diverso, speciale. I miei simili stanno cadendo, uno dopo l’altro, a causa del nuovo vaccino che sta salvando centinaia di migliaia di persone; ma io no, tornerò a dormire prima o poi e continuerò a vivere all’insaputa di tutti. In altre parole, io sono ineluttabile

Devo ammetterlo, è stato uno spasso: gruppi di ragazzini noncuranti del pericolo che correvano, vecchietti che affollavano le chiese per dire un’inutile preghiera, supermercati presi d’assalto da centinaia di persone, le più comuni occasioni di fare baldoria e occupare per un po’ qualche altro organismo. Ora che sono giunto quasi al termine della mia avventura, spero caldamente che l’esperienza di questa malattia, che di certo non verrà dimenticata, sia servita a cambiare la mentalità e la vita delle persone. La situazione causata dall’estrema rapidità con cui sono riuscito a diffondermi ha stravolto lo stile di vita di migliaia di persone: se da un lato infatti molti  si sono fatti prendere dal panico (esagerato ma fino a un certo punto), rintanandosi in casa, prendendo tutte le precauzioni necessarie per ridurre al minimo le possibilità di essere contagiati, molti altri invece hanno avuto una reazione contraria, hanno visto la quarantena, la chiusura di scuole ed esercizi commerciali come una vacanza, un’occasione per avere più tempo libero per sé e fare ciò che solitamente non si è liberi di fare: disinteressandosi dei decreti e delle raccomandazioni di medici ed esperti, forse ritenendosi superiori alla scienza, per qualche imprecisato motivo immuni al virus, hanno continuato la loro vita quotidiana come se fossero in vacanza, guardando al mondo intorno a loro con estrema superficialità, come in estasi, sotto l’effetto di qualcosa che ti fa dimenticare tutte le cose brutte e ti costringe a vedere la felicità anche dove non c’è. Ho notato poi un’altra categoria di persone, che a mio parere sono quelle più rozze, le più importanti per me e allo stesso tempo le più pericolose per la loro specie; in questa gente infatti è come se si fosse risvegliato un disperato istinto di sopravvivenza, come se fosse scoppiata un’apocalisse (non che ci si è andati troppo lontano, badate bene): si sono chiuse in loro stesse, e con estremo egoismo ed arroganza hanno pensato di essere più importanti, che la loro salute e sicurezza fosse più importante di quella degli altri; sono scappati via, hanno cercato il primo treno o il primo aereo per andarsene, il più lontano possibile dalle zone focolaio del contagio. Non hanno pensato “Caspita, se fossi infetto e non lo sapessi potrei contagiare altre persone, estendere il pericolo ad altre regioni o paesi, sarebbe meglio se restassi qui e aspettassi un miglioramento della situazione, facendo ciò che gli esperti chiedono a tutta la collettività”; al contrario, hanno pensato esattamente “Chissenefrega degli altri, se vado via rischio di meno, se contagio qualcuno vuol dire che qui o in un altro posto sono già malato, a me non cambia niente”, quante volte ho sentito queste parole. Questi individui sono stati, più o meno inconsapevolmente, i nostri alleati numero uno, ci hanno dato una grandissima occasione di estendere il nostro dominio addirittura in altri continenti, dove non ero giunto nemmeno nei miei sogni più irreali. Senza di loro in un paio di settimane la nostra avanzata si sarebbe arrestata e la fase peggiore sarebbe terminata prima ancora di iniziare. Effettivamente, me ne rendo conto solo ora che ripenso a tutto quello che ho visto in questi ultimi mesi, l’epidemia che ho portato è stata una specie di test, per mettere a nudo la verità dell’uomo, il fatto che molte persone sono veramente egoiste: forse, anche quelli che parlano di pace e solidarietà se si trovassero in una situazione di pericolo non esiterebbero a salvare sé stessi piuttosto che aiutare gli altri. 

Ora che ci ripenso e scrivo queste righe mi rendo conto di essere stato un egoista anche io: ho pensato solo alla mia specie, senza pormi il problema di dover uccidere e decimarne altre per perseguire i miei scopi; per questo l’esperienza dell’epidemia nel mondo ha cambiato profondamente anche me.

Nella speranza di aver insegnato qualcosa agli umani e che altri virus simili a me riescano a svilupparsi senza creare troppi danni, porgo un saluto a tutti quelli che leggeranno questo messaggio e a chi si prenderà qualche minuto per riflettere su ciò che ha lasciato questa epidemia, oltre (me ne rammarico) a morte e problemi.

Con affetto,

Covid-19

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